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Lui & Lei

Irma dal seno grande


di Occhidimare12
08.08.2026    |    509    |    5 7.5
"Si sedettero per terra tra i banchi mentre fuori la pioggia batteva sui tetti, e lei gli prese la mano sussurrando "chiudi gli occhi, ninna nanna, ninna oh..."

Monteluna si svegliava tra colline verdi e vento, con i papaveri rossi che punteggiavano i fossi e l’odore collinare che scendeva piano lungo i vicoli di pietra color miele.
In alto il paese guardava la valle, e la sera si faceva silenzio, rotto solo dalle campane che suonavano al vespro e dal passo di chi tornava a casa tardi.
Irma aveva trentasei anni, era vedova e insegnava italiano per stranieri al centro civico. Suo marito Antonio era morto due anni prima, fulminato mentre lavorava su un traliccio. Dopo di lui non si era più innamorata. Perché lui era unico, dolce, gentile e protettivo. Ora gli uomini così erano rari. Ma Sven le sembrava delicato e umano. Coccolone, nonostante venisse dal nord.
Irma aveva occhi grandi, pelle scura e capelli castani ricci che le cadevano sulle spalle, raccolti solo a metà con una molletta perché alla lavagna le davano fastidio. Sotto camicie ampie una settima naturale di seno. I giovani la sognavano per il seno e la bellezza del suo incedere sensuale ma non volgare. La gente però non la ricordava per questo: la ricordava perché pagava i libri a chi non poteva, perché portava la spesa alla signora Rosa, perché accompagnava i ragazzi sotto la pioggia. Da quando era rimasta sola aiutava ancora di più, come per riempire il silenzio di casa.
In soffitta teneva le foto degli avi ingiallite dal tempo e le lettere delle balie della sua famiglia, donne dal petto pieno che durante la guerra avevano allattato bambini arrivati dal nord con gli occhi spaventati.
Un giorno entrò Sven, quarantuno anni, da Uppsala. Alto, spalle larghe da chi ha lavorato all’aperto, capelli biondo scuro tagliati corti e una barba di tre giorni che gli incorniciava la mascella. Aveva le mani grandi, segnate, e occhi chiari color ghiaccio che guardavano dritto come se cercassero di non perdere niente. Veniva con la giacca bagnata e lo zaino sulle spalle. Era mattina presto, e mentre saliva verso il centro civico le campane suonavano per la messa, lente, sopra i tetti.
Veniva a Monteluna per tre mesi l'anno per imparare l’italiano, ma in verità cercava i nomi.
"Durante la guerra" disse il primo giorno, appoggiando lo zaino a terra, "alcuni bambini svedesi furono mandati qui e li allattarono le balie della famiglia di Irma. Io sto facendo una ricerca di morti. Mio nonno era tra quelli." Aveva la voce bassa, rotta un po’ dal freddo.
"Posso sedermi?" chiese poi.
"Prego" rispose Irma, "sei in ritardo."
"Lo so, ho perso il treno."
E tornò ogni sera, non solo per la grammatica ma per ascoltare le storie che lei raccontava tra una coniugazione e l’altra. Prendeva appunti su un quaderno vecchio, e quando Irma parlava delle balie lui si fermava a scrivere più piano, come se avesse paura di dimenticare. A volte, mentre lei parlava, Sven le guardava il seno come un bambino che vuole essere allattato, e subito abbassava gli occhi vergognandosi. La notte poi li immaginava, li sognava, e dormiva poco.
La terza settimana la aspettò fuori dal centro, con le mani in tasca e il fiato che faceva fumo.
"Perché vieni sempre?" gli chiese.
"Qui si sta bene" rispose lui alzando le spalle "e ho bisogno di capire. Mio nonno non ha mai parlato della guerra. Mia madre diceva solo che era stato salvato da una donna dal seno grande. Voglio sapere chi."
Dopo lezione andavano al Belvedere a guardare la valle farsi scura, e quando il freddo saliva Irma si stringeva nel cardigan mentre il vento le scioglieva i ricci. Sven le offriva sempre il giacchetto, e quando lei rifiutava lui restava un passo più vicino, come a farle scudo.
Una sera, mentre guardavano le luci in basso, disse: "Io sono un uomo semplice."
Irma sorrise e scosse la testa. "Non ripeterlo troppe volte. Altrimenti diventa falsa modestia."
Lui rise piano, imbarazzato. La gente li guardava, ma loro non dicevano niente, perché quando i loro sguardi si incontravano nasceva qualcosa di antico, come in un sogno.
La prima volta fu nel castello, una sera di pioggia durante la visita notturna. Dicevano che fosse invaso da fantasmi, e tra pietre umide, corridoi vuoti e odore di ferro, il vento roco come un richiamo ancestrale di paura e urla lontane. Salirono fino alla sala grande dove la luna entrava a lame dalle feritoie. Si spogliarono sulla coperta che avevano portato. Nudo, Sven era bianco e peloso come un vichingo delle serie Netflix. "Irma" sussurrò, e lei gli prese il viso tra le mani mentre i ricci le bagnavano le spalle. Lì, tra il silenzio e le ombre, si amarono piano, senza parole, come se le mura li tenessero al riparo dal mondo. Fu memoria, fu il latte di maggio. Quando finì lui le baciò la fronte e le disse "grazie per avermi tenuto al caldo".
Da allora il castello divenne il loro posto: ogni volta che Sven tornava portavano una coperta, spegnevano tutto fuori e si ritrovavano tra pietre che sapevano di secoli.
Il sabato invece scendevano al cimitero dei caduti di guerra. Irma apriva la scatola delle foto e gli mostrava le balie sedute in cortile con i bambini in braccio, e Sven passava le dita sui nomi incisi nella pietra, uno a uno, con le mani che tremavano appena. "Non c’è" diceva.
"Forse è vivo" rispondeva Irma.
Un pomeriggio pioveva e il centro civico era vuoto, solo loro due per il recupero. Sven era al primo banco, Irma cancellava la lavagna.
"Irma" disse piano.
"Mh?"
"Ho bisogno di aiuto."
Lei si girò, si tolse la molletta e i ricci le caddero tutti. "Di che tipo?"
"Del tipo che non si chiede. Del tipo che si dà."
Irma lo guardò a lungo, poggiò il gesso e disse "vieni qui". Si sedettero per terra tra i banchi mentre fuori la pioggia batteva sui tetti, e lei gli prese la mano sussurrando "chiudi gli occhi, ninna nanna, ninna oh...". Fu lento, fu cura, fu memoria, fu il latte di maggio. Sven appoggiò la testa sul suo seno e pianse piano, senza rumore.
Ogni anno Sven torna dalla Svezia, non solo per lei ma per cercare gli svi che durante la guerra furono allattati dalle balie della famiglia di Irma. Bussa sotto le mura e Irma apre, con i ricci ancora umidi dalla pioggia. Lui arriva sempre con un libro in mano e l’odore di neve addosso.
"Sei in ritardo" dice lei.
"Lo so, ho perso il treno" risponde lui.
Poi aula vuota, banchi, quella ninnananna, la notte nel castello e la mattina al cimitero.
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